Giovanni Gavioli, Managing Director di Esker Italia, azienda specializzata in soluzioni di automazione dei processi documentali e finanziari, racconta la propria idea di leadership con un approccio diretto e sorridente. Una visione che negli anni gli ha permesso di accompagnare la crescita della filiale mantenendo uno stile aperto, concreto e privo di formalismi. Al centro del suo modo di guidare le persone c’è un filo rosso che attraversa l’intero percorso professionale: l’attenzione alle relazioni e alla dimensione umana.
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Quando l’imprevisto diventa opportunità
Ottimismo, rispetto, determinazione, spirito d’iniziativa, continuità, supporto reciproco, ma anche partite a tennis e aperitivi aziendali. Sono elementi che ricorrono spesso nel suo racconto, insieme alla capacità di trasformare anche gli episodi più inattesi e talvolta difficili in occasioni di crescita, a partire dagli anni della sua formazione.
“Una delle più grandi fortune della mia vita è stata una bocciatura alle superiori – esordisce -. Mi ha costretto a cambiare strada rispetto a quella che avevo immaginato per stare in classe con i miei amici e a entrare in un mondo, quello dell’informatica, che poi si è rivelato determinante”.
Ancora prima della maturità inizia a lavorare. I primi anni sono tecnici, nella programmazione, ma durano relativamente poco perché la sua indole curiosa e relazionale lo spinge presto a sperimentare ambiti diversi, dalla prevendita al postvendita, fino al marketing di prodotto e all’attività commerciale, soprattutto al di fuori di una dimensione locale.
“Il salto a livello internazionale è stato un momento importante – ricorda -. Ho scoperto una realtà completamente diversa, non più limitata alla prospettiva del nostro Paese, ma caratterizzata da un orizzonte molto più ampio. È stato allora che ho iniziato a costruire relazioni profonde, non solo professionali ma anche personali, un aspetto che per me ha sempre fatto la differenza”.
A unire le diverse tappe del percorso di Giovanni Gavioli è proprio il desiderio di mettersi continuamente in gioco e creare connessioni significative. “Sono la curiosità e la voglia di fare cose nuove a guidarmi da sempre”, precisa.
Imparare dagli errori (propri e altrui)
La sua è una disponibilità costante e positiva verso il cambiamento, anche nei momenti più complessi della sua carriera. Tra questi, la fine improvvisa e inattesa del rapporto con un’azienda olandese alla fine degli anni Novanta, quando stava costruendo un percorso professionale particolarmente significativo. Nel raccontare l’episodio non emerge alcuna nota polemica, solo la consapevolezza di ciò che quell’esperienza gli ha insegnato.
“È stato sicuramente scioccante – descrive -. Ai tempi avevo già figli e da un momento all’altro non avevo più un lavoro. Però nessun ostacolo è insormontabile e, in pochissimo tempo, anche grazie alle relazioni professionali e personali che avevo costruito nel mondo del lavoro, tutto è ripartito”.
Un’esperienza che lo porta a una riflessione profonda: un’organizzazione non dovrebbe mai dimenticare il contributo delle persone che ne hanno sostenuto la crescita. “Credo che vada sempre riconosciuto”, sottolinea Gavioli. È anche su questa convinzione che prende forma il modello manageriale che diventerà uno dei tratti distintivi della sua leadership: costruire rapporti sinceri attraverso la coerenza tra valori e comportamenti e creare le condizioni affinché le persone crescano insieme all’organizzazione.
“Non mi è mai piaciuto impormi. Preferisco ascoltare, confrontarmi. Questo non vuol dire non prendere decisioni, ma arrivarci coinvolgendo il team. Alla fine, quando si comprende esattamente il perché di una determinata scelta, è più semplice portare avanti le attività con entusiasmo”.
Lo stesso principio vale per la gestione dell’errore. “Tutti hanno il diritto di sbagliare – spiega -, perché l’errore serve a crescere, a capire cosa non ha funzionato e come fare meglio la volta successiva. Se si toglie questa possibilità, si toglie anche la possibilità di evolvere. Evitare di fare qualcosa per paura di sbagliare rappresenta un grosso limite, ma certamente non si può fare lo stesso errore due volte”.
Una questione di assist
Da queste convinzioni discende per Giovanni Gavioli una scelta manageriale precisa: creare le condizioni per permettere a ognuno di agire in autonomia, maturando esperienza e fiducia nelle proprie capacità. “Se come manager devi essere coinvolto in ogni singolo aspetto – riprende -, vuol dire che non si sta organizzando bene il lavoro. Anzi, si rischia di diventare il collo di bottiglia”.
La porta del suo ufficio è sempre aperta e lui è pronto ad ascoltare problemi e relative possibili soluzioni, a discuterne insieme. Un approccio che affonda le radici anche in esperienze apparentemente lontane dal contesto aziendale e che, invece, si sono rivelate autentiche palestre di leadership. Tra queste c’è il basket, sport che ha praticato a lungo.
“Giocare, prima, e allenare, poi, mi ha insegnato molto. Per vincere bisogna essere al servizio della squadra, mettere tutti nelle condizioni di fare canestro. E quando si vede qualcuno che riesce a fare quello che gli si è chiesto e ne è soddisfatto, alla fine siamo ancora più soddisfatti noi stessi”.
La stessa logica trova applicazione quotidiana in azienda: costruire un ambiente in cui ciascuno si senta coinvolto, libero di esprimere le proprie idee e parte di un obiettivo comune.
“Quando sono assente, so che le cose funzionano anche senza di me perché ognuno ha chiaro il proprio ruolo e se ne assume la responsabilità. Allo stesso tempo, in Esker si ride, si scherza, il rapporto è diretto, organizziamo aperitivi e partite a tennis. Questo non toglie rispetto, anzi: quando c’è da fare qualcosa in più, le persone lo fanno spontaneamente”.
Pensare da imprenditore, agire da manager
In Esker, in effetti, il modello di leadership di Giovanni Gavioli ha trovato un terreno particolarmente fertile. Entrato in azienda all’inizio degli anni Duemila, ha avuto fin da subito la possibilità di operare con un livello di autonomia non scontato: la filiale italiana era ancora agli inizi e il percorso di crescita tutto da costruire. “Nessuno era un numero: l’attenzione alle persone e alle diverse culture presenti nel gruppo per me è stata una delle caratteristiche più importanti”.
Pur all’interno di una multinazionale, la realtà italiana ha sempre conservato una significativa autonomia decisionale. “Io ero un dipendente, ma il mio approccio era imprenditoriale. Avevo delle linee guida, ovviamente, ma poi le decisioni, anche strategiche, si prendevano localmente”.
Una combinazione di libertà e responsabilità che, negli anni, ha contribuito non solo a consolidare il suo legame con il brand, ma anche a sostenere un percorso di crescita costante, in cui i risultati hanno sempre avuto un ruolo importante senza però rappresentare l’unico parametro di valutazione.
“Negli ultimi anni siamo cresciuti molto, ma quello che più mi interessa è come si arriva al risultato, non solo quanto si raggiunge”.
Restare un punto di riferimento nel cambiamento
Nel 2024 Esker inizia a scrivere un nuovo capitolo della propria storia con l’avvio di un’importante operazione strategica che, nel 2025, porta all’acquisizione del gruppo da parte del fondo di private equity Bridgepoint e a una profonda evoluzione del modello organizzativo.
Per l’azienda si apre una fase di trasformazione, così come per Giovanni Gavioli, che resta il riferimento per la filiale italiana nella fase di adozione delle nuove logiche introdotte: da una struttura geografica a una funzionale, con centri decisionali distribuiti e una maggiore articolazione delle responsabilità. Questo ha modificato inevitabilmente il suo modo di lavorare quotidiano, ma non il suo approccio.
“La mia figura oggi è più di mediazione per mantenere al massimo quello che abbiamo costruito nel tempo”, vale a dire un patrimonio fatto non solo di risultati ma anche di relazioni autentiche tra i circa 30 collaboratori della filiale, che si frequentano con piacere anche nel tempo libero.
È forse proprio questa la sintesi più efficace della leadership di Giovanni Gavioli: restare un punto di riferimento anche quando il contesto cambia, preservando ciò che conta davvero. Perché, nella sua visione, il lavoro è prima di tutto una relazione, il team viene prima dell’individuo e la responsabilità rappresenta il modo più autentico di esercitare il proprio ruolo, anche quando quel ruolo evolve.









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