Facebook, questa AI è poco intelligente

Facebook continua ad affidarsi ad algoritmi avanzati per censurare foto di nudo, incappando sempre nello stesso problema: l’opera d’arte

Pubblicato il 09 Mar 2018

Paolo Longo

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A fine dicembre, Laura Ghianda, un utente italiano di Facebook come tanti, aveva postato un’immagine della Venere di Willendorf, famosa scultura risalente a un periodo tra il 28.000 e il 25.000 A.C. A qualche ora dalla pubblicazione, il social network ha rimosso la foto perché considerata offensiva del senso comune. Il motivo? Il seno scoperto e prorompente della donna raffigurata dall’opera. A distanza di qualche settimana dall’accaduto, Laura ha riportato la vicenda al Museo di Naturhistorisches di Vienna, che ospita il lavoro, chiedendo di contattare il team di Facebook nella speranza di liberare la figura censurata. “Nessun visitatore si è mai sentito offeso dalla Venere di Willendorf. Si tratta di un artefatto che appartiene alla storia dell’uomo e che ognuno dovrebbe conoscere per capire lo sviluppo dell’arte dall’età paleolitica ad oggi”, sono le parole di Christian Koeberl, direttore generale del museo.

Quella che per Vienna è una rimostranza prettamente artistica in realtà nasconde ben più profonde implicazioni tecnologiche. Da anni oramai Facebook utilizza e affina una serie di algoritmi che supportano la ricerca e l’eventuale rimozione di contenuti considerati lesivi delle policy del gruppo. Nel recente passato avevamo già visto censure simili, come quella alla foto simbolo della guerra in Vietnam, scattata da Kim Phuc e postata dallo scrittore norvegese Tom Egeland. In quel caso, il social network aveva addirittura sospeso temporaneamente l’utente, scatenando le polemiche dell’opinione pubblica.

La domanda è lecita: l’AI di Zuckerberg è davvero così intelligente? Nella pratica, sviluppare un algoritmo che identifichi nudità è un gioco da ragazzi. Ben più complicato insegnare a questo a riconoscere cosa sia nudo e lesivo da cosa sia nudo e artistico. Non serve nemmeno scendere nel mezzo di discorsi cervellotici tra cosa è pornografia e cosa arte visto che qui siamo dinanzi ad un’opera universalmente riconosciuta come tale. Da quale database l’Intelligenza Artificiale di Facebook pesca per non cadere in tranelli del genere? Possibile che il team di ingegneri non sia riuscito a realizzare un archivio completo con tutte le sculture, i quadri, gli artefatti che il sistema interno non deve taggare come censurabili? Impossibile che tra milioni di lavori Ghianda ed Egeland abbiano beccato proprio quelli esclusi da un’eventuale lista di confronto.

Quale futuro dunque per il monitoraggio social? Probabilmente uno in cui il supporto informatico al controllo manuale è più preciso e completo, sicuramente più dotto e informato sulla storia dell’arte, di ieri e di oggi.

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