Il panorama dei servizi tecnologici aziendali attraversa una fase di profonda riconfigurazione, spinto dalla necessità di aggiornare vecchie architetture per fare spazio a soluzioni flessibili. L’esigenza primaria delle grandi organizzazioni è trovare un punto di contatto tra l’adozione di strumenti avanzati e il mantenimento di un controllo ferreo sui propri asset informativi.
Di questo equilibrio e delle dinamiche di integrazione tra fornitore e consulente si è discusso in un’intervista approfondita rilasciata dai manager di Sourcesense e Red Hat per la serie multimediale Pit Stop. L’incontro tra Alessandro Pittore, Cristina Marasca e Valerio Ferrero ha permesso di tracciare le linee guida di una trasformazione che vede l’adozione di logiche cloud native al centro dei progetti di modernizzazione più complessi a livello europeo.
Indice degli argomenti
La trasformazione delle infrastrutture aziendali verso il modello cloud native
L’evoluzione dei sistemi informatici non risponde più a criteri puramente commerciali, ma si lega strettamente al posizionamento strategico sul mercato delle aziende clienti. La transizione verso l’approccio cloud native rappresenta la risposta tecnica a una duplice pressione operativa che i dipartimenti IT affrontano quotidianamente.
Il bilanciamento tra innovazione e controllo del dato
Come evidenziato da Valerio Ferrero, partner manager di Sourcesense, le imprese manifestano il bisogno di un interlocutore capace di orientarsi all’interno di uno scenario inedito ed estremamente mobile. Le organizzazioni si trovano a gestire una forte spinta volta a introdurre l’intelligenza artificiale in ogni modalità possibile, ma devono contemporaneamente fare i conti con i requisiti stringenti della sovranità del dato. Questo implica la necessità di mantenere una supervisione totale e diretta sull’infrastruttura in cui viene eseguito il deployment di ciascun progetto. L’allineamento strategico consente di presentarsi al mercato con un messaggio condiviso che i committenti percepiscono come un valore concreto, riducendo le incertezze legate alla gestione dei carichi di lavoro moderni.
L’evoluzione tecnologica oltre i vincoli commerciali
La collaborazione tecnica tra le due realtà si sviluppa su un piano che supera la dimensione della semplice rivendita di licenze. Ferrero specifica che «la partnership che abbiamo con Red Hat è una partnership strategica, una partnership che ormai non è solo per un mero accordo commerciale, ma proprio un posizionamento: trovare un vendor con cui andare insieme dal cliente». Quando sul tavolo negoziale si posizionano temi cruciali quali la virtualizzazione, l’utilizzo della piattaforma OpenShift e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’esistenza di un team congiunto permette di presentare soluzioni che integrano le conoscenze di entrambe le strutture, offrendo al cliente un quadro chiaro dei costi e delle opportunità operative.
I tre pilastri per l’integrazione dei sistemi aperti
Il successo nell’adozione di metodologie cloud native e di piattaforme aperte dipende in larga misura dalle modalità con cui il fornitore tecnologico e il partner di integrazione strutturano la propria collaborazione. La qualità dei progetti si misura sulla profondità di questa sinergia piuttosto che sulla quantità dei contratti stipulati.
Visione strategica e abilitazione tecnologica
Alessandro Pittore, senior account executive di Red Hat, chiarisce che la relazione commerciale e tecnica non viene valutata sui volumi, quanto sulla qualità dell’integrazione stessa. Secondo il manager, esistono tre vettori fondamentali che guidano questa collaborazione: la visione strategica, l’abilitazione e la sinergia operativa. La visione strategica comporta la definizione di un target comune e la condivisione della rotta da seguire. I pilastri tecnologici di riferimento, come la virtualizzazione e la sovranità digitale, smettono di essere considerati semplici strumenti tecnici per diventare direttive congiunte finalizzate a generare efficienza sui clienti.
Il concetto di abilitazione si traduce nell’idea di utilizzare il rapporto con il vendor come una leva relazionale. Pittore utilizza un’immagine specifica per descrivere la cooperazione: «nella collaborazione con Sourcesense non arriviamo a sovrapporci, ma arriviamo a lavorare insieme, quindi una collaborazione quasi da orchestra, dove Red Hat porta quelli che sono i valori fondamentali delle tecnologie che ovviamente rendiamo disponibili sul mercato e la visione dell’Open Source, e Sourcesense invece integra queste capacità, queste tecnologie e questa visione per offrire un valore di consulenza al cliente, quindi portare un’innovazione senza vincoli».
Sinergia operativa e gestione delle competenze commerciali
Il terzo elemento identificato riguarda la sinergia operativa, definita come il valore tangibile espresso da un team condiviso. Questa alleanza reciproca si concretizza in uno scambio continuo che coinvolge sia la forza vendita sia le divisioni ingegneristiche e tecniche, focalizzandosi sullo sviluppo costante delle competenze reciproche per operare in armonia sui potenziali clienti.
Cristina Marasca, sales manager di Sourcesense, conferma la validità di questo approccio, associandosi direttamente alle considerazioni sull’abilitazione e sulla sinergia di squadra. Marasca precisa che gli aspetti puramente formali, come il conseguimento di certificazioni o il possesso di determinate competenze, costituiscono un elemento secondario, un semplice prerequisito. La gestione efficace delle trattative e dei progetti poggia su una strategia consolidata nel tempo, che prende le mosse dall’analisi accurata delle esigenze del committente per sviluppare soluzioni strutturate. L’ampiezza del catalogo tecnologico disponibile consente di coprire le necessità aziendali, combinando i prodotti pronti all’uso con le capacità consulenziali necessarie a metterli in produzione.
Il caso di studio italiano da ventimila macchine virtuali
L’applicazione pratica di questi concetti trova la sua massima espressione in un intervento di modernizzazione completato sul territorio nazionale. Il progetto ha interessato un primario operatore italiano attivo nell’ambito della logistica e dei servizi critici per il Paese, un settore in cui la stabilità dei sistemi informativi ha un impatto diretto sulla collettività.
Dalle piattaforme proprietarie a un ecosistema aperto
La sfida centrale della commessa era legata alla necessità di migrare un’infrastruttura imponente verso logiche pienamente cloud native. L’obiettivo doveva essere raggiunto preservando la totale continuità operativa, un fattore critico data la natura dei servizi erogati dal cliente. La scelta architetturale è ricaduta sull’adozione di Red Hat OpenShift Virtualization. Dal punto di vista della visione strategica, l’implementazione ha concretizzato il principio della sovranità tecnologica, offrendo al committente la possibilità di governare sia le macchine virtuali tradizionali sia i moderni container all’interno della medesima piattaforma aperta. L’integrazione delle tecnologie d’avanguardia con le competenze di esecuzione ha permesso di rendere l’operazione efficiente sotto il profilo sia tecnico sia economico.
Gestione del rischio e continuità del servizio nella migrazione
I contorni quantitativi dell’intervento delineano una delle operazioni di trasformazione più rilevanti del settore. Valerio Ferrero fornisce i dati essenziali relativi alla dimensione dell’infrastruttura coinvolta: «qui stiamo parlando di circa 20mila macchine virtuali che sono state migrate con Red Hat OpenShift Virtualization». Un volume di tale portata posiziona il progetto tra i maggiori casi di migrazione e virtualizzazione censiti su scala globale, specialmente se si considera il passaggio radicale da un sistema all’altro.
I sistemi di partenza erano consolidati e stratificati nel tempo, edificati su una piattaforma di tipo proprietario. Intervenire su una struttura simile ha comportato la gestione di molteplici nodi critici, dove l’insorgenza di disservizi o blocchi operativi non era un’opzione ammissibile. Per superare queste difficoltà, i partner hanno implementato un impianto metodologico rigoroso, supportato da una governance strutturata e dal coordinamento di un gruppo di lavoro coeso. Al termine della transizione, il cliente ha ottenuto una nuova infrastruttura aperta, scalabile e posta sotto il proprio controllo diretto, eliminando i vincoli di dipendenza dai fornitori precedenti.
Il posizionamento dell’Italia nello scenario tecnologico globale
L’esito positivo di un intervento di questa portata modifica la percezione della capacità di innovazione espressa dal mercato italiano nel confronto internazionale. Spesso i contesti locali vengono descritti come arretrati o lenti nell’adottare paradigmi avanzati come quelli legati al mondo cloud native.
L’esperienza accumulata su un’infrastruttura da ventimila macchine virtuali dimostra la fattibilità di progetti complessi anche all’interno del panorama industriale nazionale. L’adozione di un metodo rigoroso ha trasformato questa migrazione in un punto di riferimento interno per l’offerta tecnologica dei partner coinvolti.
I risultati confermano che le competenze ingegneristiche presenti nel Paese sono in grado di gestire transizioni tecnologiche di rilevanza globale, smentendo lo stereotipo di un’Italia strutturalmente distante dalle avanguardie digitali.



