Il panorama digitale contemporaneo è segnato da una profonda instabilità geopolitica e da una crescente complessità normativa, fattori che hanno trasformato radicalmente il processo di trasformazione delle imprese. Come emerso durante il panel “Architetture Aperte e Fondamenta dell’Innovazione Consapevole” tenutosi nel corso dell’evento Dedapulse il 26 marzo 2026 a Milano, la priorità per le organizzazioni non è più soltanto l’individuazione delle tecnologie da adottare, ma la definizione di modalità d’integrazione che non ne pregiudichino il controllo.
Il concetto di innovazione consapevole si lega dunque a doppio filo a quello di autonomia, richiedendo una riflessione matura sulla provenienza, sulla conservazione e sulla gestione delle informazioni.
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Il controllo della filiera digitale e la perdita di sensibilità sul dato
Negli ultimi anni, la rapidità della digitalizzazione ha portato a una progressiva dematerializzazione dei processi: i documenti nascono, vengono utilizzati e conservati esclusivamente in formato digitale. Francesco Fontana, alliances director di Aruba, evidenzia come questo passaggio abbia generato un effetto collaterale significativo: la perdita di sensibilità su dove si trovino realmente gli asset informativi. Spesso le aziende hanno sacrificato la consapevolezza della propria infrastruttura a vantaggio della semplicità d’uso e della velocità.
Secondo Fontana, per esercitare un’innovazione consapevole, è necessario che le imprese tornino a presidiare l’intera filiera tecnologica. “C’è sempre stata la sensibilità di controllare tutta la filiera”, spiega Fontana riferendosi all’approccio di Aruba, sottolineando l’importanza di possedere competenze interne per costruirsi le fondamenta, dai data center allo staff tecnologico necessario per governare i dati e realizzare i servizi. Questo asset permette di non delegare ciecamente la gestione delle informazioni a terzi, mantenendo una capacità operativa autonoma.
L’attenzione deve estendersi anche alla gestione del rischio fisico e infrastrutturale. Fontana avverte che, a differenza degli archivi storici protetti come castelli medievali, i dati moderni dipendono da fattori critici come la continuità energetica e i sistemi di backup. Un modello di rischio moderno non può trascurare alcun elemento della catena, poiché “se si spegne il data center dipende da come hai strutturato il tuo backup energetico”.
Architetture aperte contro il rischio di vendor lock-in
Parallelamente alla gestione infrastrutturale, l’innovazione consapevole si gioca sulla capacità delle organizzazioni di rimanere flessibili di fronte al cambiamento.
Ain Zara Consorti, technology & innovation manager di Dedagroup, osserva che la tecnologia evolve oggi a una velocità superiore rispetto alla capacità di adattamento delle organizzazioni. Per restare competitive, le aziende devono costruire un contesto che abiliti l’innovazione guardando al lungo periodo, integrando il fattore umano e l’evoluzione dei processi.
Il modello proposto per evitare la dipendenza tecnologica è quello dell’innovazione aperta e collaborativa. In questo senso, Dedagroup promuove la creazione di ecosistemi che coinvolgano centri di ricerca, startup e partner tecnologici, evitando di imporre scelte dall’alto. “Vogliamo realizzare in questi laboratori delle piattaforme che anche dal punto di vista tecnologico siano, per quanto possibile, tecnologicamente neutre, prive di vendor lock-in”, afferma Consorti.
L’obiettivo è costruire fondamenta applicative scalabili e rimodulabili nel tempo, capaci di affrontare eventuali cambi di rotta tecnologici senza costi di uscita proibitivi.
I laboratori di co-innovazione come strumento di neutralità
Uno degli strumenti pratici per perseguire questo obiettivo sono i Co-Innovation Lab, spazi in cui il modello aperto viene applicato non solo all’organizzazione, ma alle scelte tecniche stesse. Questi laboratori permettono di sperimentare soluzioni in modo consapevole, assicurando che le applicazioni create siano flessibili. L’apertura non è solo una scelta metodologica, ma una necessità pragmatica per garantire che l’azienda possa mantenere la propria libertà di scelta all’interno di uno stack tecnologico sempre più affollato.
L’intelligenza artificiale come attore autonomo nei processi di business
L’integrazione dell’intelligenza artificiale rappresenta il banco di prova definitivo per l’innovazione consapevole. Francesco Fontana osserva che l’AI non seguirà il modello classico basato sulla semplice tripartizione tra dati, logica di business e presentazione. Al contrario, gli algoritmi “interverranno in un contesto dove diventeranno veramente attori autonomi della trasformazione di business delle aziende”.
Proprio per questo motivo, il controllo deve essere stabilito ora: “se non prendiamo il controllo adesso, penso che poi sarà molto difficile. Se non ora, quando?”.
L’intelligenza artificiale è già diventata pervasiva nelle aziende, spesso entrando nei flussi di lavoro in modo meno evidente attraverso l’iniziativa dei singoli collaboratori, indipendentemente dai progetti strutturati. Ain Zara Consorti sottolinea la necessità di facilitare questa adozione in modo trasparente, sensibilizzando le persone non solo sui benefici, ma anche sugli impatti e sui rischi, specialmente quando l’AI interviene nei processi decisionali.
Responsabilità etica e trasparenza organizzativa
Il passaggio fondamentale verso un’innovazione consapevole nell’ambito dell’AI riguarda l’assunzione di una responsabilità etica. Consorti suggerisce che la domanda cruciale per il management non sia solo quale piattaforma adottare, ma “capire che tipo di organizzazione vogliamo diventare inserendo l’AI all’interno dei nostri processi”. Le organizzazioni del futuro devono essere:
- consapevoli della complessità insita nell’innestare componenti di AI per cambiare i processi aziendali.
- Strutturate per governare il cambiamento organizzativo.
- Trasparenti nel dichiarare l’uso dell’intelligenza artificiale sia internamente che verso l’esterno.
Verso l’agentività digitale e la sovranità pragmatica
Il traguardo finale di questo percorso è la cosiddetta “agentività digitale” o digital agency. Questo concetto identifica la capacità delle aziende di recuperare la propria autonomia e sovranità sulle informazioni che gestiscono. Non si tratta di un isolamento autarchico, ma di una scelta consapevole della posizione da occupare nel mercato.
La sovranità tecnologica si gioca su più dimensioni: la filiera, i dati e l’infrastruttura. “Non c’è più niente che si fa da soli”, ricorda Fontana, evidenziando come l’ecosistema debba offrire strumenti che non costringano le aziende a delocalizzare i propri dati più preziosi sul cloud pubblico se non necessario. L’offerta di GPU as a Service o di modelli che possono girare localmente sono esempi di come l’infrastruttura possa supportare la sovranità del business.Secondo Ain Zara Consorti, la sovranità va intesa in termini pragmatici. Poiché non è possibile avere il controllo assoluto su ogni singolo elemento dello stack tecnologico, l’innovazione consapevole risiede nella “libertà di scegliere quanta sovranità avere nelle nostre applicazioni”. È questa consapevolezza della sovranità possibile a definire la solidità delle fondamenta su cui le imprese costruiranno il proprio futuro.






