Caso Apple, come funziona l'ottimizzazione fiscale - TechCompany360

Normative

Caso Apple, come funziona l’ottimizzazione fiscale



Come funzionano gli schemi societari che permettono alle imprese e agli ultraricchi di spostare i propri profitti e le relative imposizioni fiscali in paesi off-shore

Gianluigi Torchiani

05 Set 2016


Per quanto possa sembrare strano, la questione non è che Apple ha evaso le tasse illegalmente, ma che ha trovato un sistema legittimo per pagarne pochissime sia in America sia in Europa. L’opinione pubblica si è già scagliata contro altre aziende che come Apple hanno sfruttato le falle dell’ordinamento fiscale europeo per evitare di pagare le tasse legittimamente, e adesso si muove in via ufficiale anche la Commissione Europea.

La Commissione Europea interviene decidendo che gli accordi ad hoc esistenti tra Apple e l’Authority fiscale irlandese si configurano come aiuti di stato e costituiscono un trattamento privilegiato nei confronti di Apple. Tali aiuti si concretizzano nel consistente risparmio fiscale ottenuto da Apple e distorcono la concorrenza nel mercato unico europeo. La Commissione, infine, non infligge una vera e propria multa, ma calcola in circa 13 miliardi di Euro le tasse che Apple avrebbe dovuto versare al governo irlandese se fosse stata trattata come “un’azienda come tutte le altre”.

Apple reagisce e Tim Cook ha pubblicato un’accorata lettera in cui elogia e cita quanto fatto dal gruppo in Irlanda e nel Vecchio continente per l’economia e la creazione di posti di lavoro, ma non descrive il ruolo avuto dalle due holding Apple Operations International e Apple Sales International, entrambe per anni senza dipendenti e senza alcuna residenza fiscale certa, nemmeno in Irlanda. Questa di Apple non è la prima notizia eclatante sul complesso mondo del “tax ruling” e dell’ottimizzazione fiscale. Da diversi anni l’attenzione dei media si è spostata sui comportamenti di grandi imprese (soprattutto del mondo digital), tycoon e ultraricchi che cercano mettere al sicuro i propri profitti in “casseforti” situate in paesi esotici oppure in paesi molto permissivi dal punto di vista fiscale. È il caso ad esempio dei “Panama Papers”. Il più grande leak della storia. 11.5 milioni di documenti segreti degli ultimi 40 anni, sottratti allo studio legale panamense Mossack Fonseca e diffusi da un whistleblower al giornale tedesco Süddeutsche Zeitung (SZ).

Di seguito proviamo a spiegare, in modo semplificato e ad alto livello, come funzionano gli schemi societari che permettono alle imprese e agli ultraricchi di spostare i propri profitti e le relative imposizioni fiscali in paesi off-shore. È il caso però di distinguere. Le tecniche messe in pratica dalle imprese per ottimizzare la propria gestione fiscale sono di due tipi:

• Il ricorso al tax-ruling (accordo fiscale): si tratta di un accordo scritto tra l’Agenzia delle Entrate del paese interessato e l’impresa/imprenditore. Di norma l’impresa/imprenditore interpella direttamente l’Agenzia chiedendo un parere sulla fattibilità delle operazioni finanziarie che ha in mente di portare avanti. Il parere scritto dell’Agenzia spesso rimane segreto e costituisce la linea guida che regolerà il comportamento fiscale dell’impresa/imprenditore.

• Il ricorso ai tax-haven (paradisi fiscali): si tratta di tecniche per ridurre il più possibile l’imponibile nei paesi ad elevata pressione fiscale, trasferendo gli utili verso paradisi fiscali a bassissima o nulla tassazione. Tali tecniche presuppongono una conoscenza approfondita delle normative fiscali internazionali che regolano i trasferimenti di denaro tra paesi.

In questo ultimo caso tutti gli schemi si basano su tre ingredienti:

• un investitore (A) o un’impresa (B) con disponibilità liquide che desiderano mettere al sicuro i propri capitali.

• una o più società veicolo (C) in un paese sviluppato ben inserito nel sistema economico mondiale

• una società (D) in un paradiso fiscale o nel paese verso il quale si vogliono far convergere i capitali Il flusso di denaro parte da (A) o (B) e passa attraverso la società veicolo (C) senza difficoltà.

Presumibilmente (A), (B) e (C) risiedono fiscalmente e legalmente nel mondo sviluppato in cui è facile far circolare in assoluta trasparenza beni e servizi. La società (C), però, risiede in un paese che ha anche rapporti storici con il paese prescelto per mettere in atto l’ottimizzazione fiscale, grazie a una normativa basata sul “consenso informato” o sul “silenzio assenso”. Per questo motivo la società (C) può trasferire fondi facilmente verso la società (D) nel paese prescelto senza pagare alcuna ritenuta d’acconto e senza essere soggetta a limitazioni nella movimentazione. Il denaro viene trasferito nel paese desiderato grazie alla fatturazione reciproca a cascata di beni e servizi il cui importo è basato su:

• prezzi di trasferimento, che garantiscono alle società (B) e (C) di non produrre utili nei paesi di origine

• cessione alle imprese (C) e (D) di diritti (royalties) di sfruttamento di beni e servizi originariamente prodotti dall’impresa (B)

Cosè il tax ruling e come funziona

Il ricorso al tax-ruling è uno dei motivi alla base della sanzione della Commissione Europea ai danni di Apple. Come dicevamo, si tratta accordi scritti tra l’Agenzia delle Entrate del paese prescelto e l’investitore. Grazie a tali accordi, l’Agenzia delle entrate chiarisce espressamente che le operazioni finanziarie che l’investitore vuole portare avanti sono conformi con la normativa locale e non genereranno la necessità di accertamenti fiscali ulteriori. Tali accordi sono strettamente riservati. Qualora la normativa locale lasci ampio spazio all’Agenzia delle Entrate di stabilire “ad hoc” quali comportamenti fiscali sono ammissibili, è facile immaginare come il contenuto di tali accordi possa variare significativamente in base al “potere contrattuale” dell’investitore, che spesso è una società il cui potenziale in termini di ricaduta economica sul paese è più che notevoli.

Come si contrasta il ricorso al tax ruling e ai tax haven? I paesi ad elevata tassazione di solito adottano sei diversi tipi di misure per contrastare il ricorso ai paradisi fiscali:

1. attribuzione dei profitti generati dalle società alla giurisdizione con l’aliquota fiscale più elevata

2. regolamentazione dei prezzi di trasferimento, così come previsto dalle linee guida dell’OCSE

3. restrizioni sulla deducibilità dei pagamenti effettuati verso un paradiso fiscale

4. imposizione della ritenuta d’acconto sui trasferimenti di denaro verso i paradisi fiscali

5. introduzione della tassazione in uscita dai paradisi fiscali, da applicare quando la liquidità viene trasferita da un paradiso fiscale verso i paesi ad elevata tassazione

6. promozione di iniziative di disclosure volontaria o forzata per far emergere i patrimoni detenuti nei paradisi fiscali

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