Private equity cos'è e come funziona

Scenari

Private equity: cos’è e come funziona



È l’attività di investimento per eccellenza a favore di aziende non quotate ma con un forte potenziale di crescita quali possono essere ad esempio quelle del comparto tech. Ecco una breve panoramica sulle sue caratteristiche principali

Carmelo Greco

28 Set 2022


Il private equity è una forma di investimento sul medio-lungo periodo a favore di imprese non quotate, ma con un alto potenziale di crescita e di sviluppo (high growth), che ha l’obiettivo di conseguire un guadagno in conto capitale dalla vendita della partecipazione acquisita o dalla quotazione in borsa delle aziende cosiddette target. Tra queste, le aziende del comparto tech sono proprio quelle caratterizzate da una spiccata vocazione a essere scelte dalla platea di investitori per una potenzialità all’incremento che potremmo definire nativa. Lo testimoniano alcune recenti storie di successo pubblicate su questa testata, ma anche diverse stime sui settori prediletti dagli investitori. Ecco perché il private equity è un tema che tocca da vicino le tech company.

Secondo le ultime analisi condotte da AIFI (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) in collaborazione con PwC Italia, nel primo semestre 2022 si è assistito a una raccolta complessiva (sul mercato e captive, cioè proveniente dalla casa madre) pari a 1.704 milioni di euro, in calo del 40% rispetto al primo semestre del 2021. La diminuzione della raccolta non va confusa con l’ammontare investito, che è stato pari a 10,9 miliardi di euro, in crescita del 139% rispetto ai 4,6 miliardi del primo semestre del 2021. In sostanza, siamo in presenza del valore più alto mai raggiunto in un semestre nel mercato italiano, seppure questo ammontare risulti fortemente influenzato da alcune operazioni di dimensioni molte elevate, tra cui una realizzata nel comparto delle infrastrutture. Inoltre, va sottolineato che il numero di operazioni si è attestato a 338, il 34% in più rispetto ai 253 investimenti registrati nella prima parte del 2021. Gli operatori che hanno effettuato un closing, cioè che hanno portato a conclusione l’operazione finanziaria nel periodo considerato, sono stati 26, contro i 21 nello stesso periodo dell’anno precedente. Le fonti principali della raccolta sono state: assicurazioni (24%), fondi pensione e casse di previdenza (17%) e settore pubblico (12%).

Cos’è il private equity

L’analisi di AIFI si sofferma anche sulle modalità di investimento, distinguendo tra il segmento dell’early stage, che si riferisce agli investimenti in imprese e start up nella prima fase del loro ciclo di vita, il buyout, vale a dire le acquisizioni di quote di maggioranza o totalitarie, fino alle attività di expansion, cioè gli investimenti di minoranza in aumento di capitale finalizzati alla crescita dell’azienda. Quale che sia la modalità, va evidenziato che il private equity non si limita esclusivamente all’apporto di capitale di rischio, ma contempla anche una serie di operazioni che puntano a migliorare o consolidare la realizzazione dell’idea imprenditoriale. Per questo l’investitore, oltre al capitale, porta in dote alla società le proprie competenze e la propria visione, assumendo di fatto un ruolo chiave nelle decisioni strategiche dell’impresa al cui management demanda la gestione operativa. L’investitore istituzionale, fra l’altro, spesso è una figura nota negli ambienti finanziari, il che conferisce ulteriore prestigio nei confronti della società oggetto di investimento, con una conseguente maggiore fiducia da parte del mercato chiamato a esprimersi al momento della quotazione. La collocazione in Borsa, per mezzo del private equity, diventa perciò un’opportunità per procurarsi capitali di cui altrimenti molte aziende di piccole e medie dimensioni non potrebbero usufruire. Sia nel caso in cui la società in cui si è investito raggiunga il successo auspicato, sia nel caso contrario, l’investitore può decidere la sua uscita tramite la quotazione in Borsa dei titoli della partecipata, la vendita dei titoli a un’altra società o investitore istituzionale, il riacquisto della partecipazione da parte del gruppo imprenditoriale originario, la vendita a nuovi e vecchi soci.

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Fondi di investimento per le imprese

Le attività di private equity sono svolte in genere dai fondi di investimento. Si tratta di istituzioni finanziarie specializzate che si possono suddividere tra quelli a carattere internazionale, nazionale e regionale. Nella lista dei più importanti gestori a livello globale, stilato dal rapporto World’s Top Asset Management Firms di ADV Ratings, lo statunitense BlackRock guida la classifica del 2022. I primi 10 fondi, 7 dei quali hanno sede negli Usa, gestiscono un patrimonio pari a 44 mila miliardi di dollari. Per trovare un fondo italiano bisogna arrivare al 44mo posto, dove si posiziona Generali Group. I principali fondi di investimento a livello nazionale aderiscono all’AIFI che sul proprio sito mostra l’elenco degli associati che si possono selezionare in base alla categoria di strumenti finanziari, al focus di investimento, all’area geografica, al settore e all’ammontare medio di investimento. Una panoramica sui fondi di investimento regionale, invece, si può ottenere mediante l’ANFIR, l’Associazione nazionale finanziarie regionali a cui aderiscono le 18 finanziarie regionali attualmente attive. Oltre agli strumenti di private equity, queste finanziarie offrono agevolazioni a favore delle imprese, soprattutto le PMI, sotto forma di finanziamenti a tasso agevolato o a fondo perduto, nonché di garanzie utili a favorire la concessione di finanziamenti bancari. A differenza degli altri fondi, la loro mission non è di natura speculativa, ma punta a salvaguardare gli asset produttivi del territorio e il mantenimento dei tassi occupazionali.

Strategie finanziarie

Il private equity riguarda un’ampia gamma di opportunità d’investimento e si posiziona lungo quasi tutte le fasi del ciclo di vita di un’azienda. Le ragioni che possono spingere a cercare un’alleanza con un investitore istituzionale sono diverse. Le start up o le aziende in fase iniziale, ad esempio, spesso hanno difficoltà ad attingere al capitale di rischio offerto dal sistema bancario e per questo possono trovare nel private equity la leva per lanciare sul mercato un nuovo prodotto o per attuare politiche distributive e di marketing che altrimenti non sarebbero in grado di attuare. Analogamente, le organizzazioni mature possono avere l’esigenza di espandersi verso nuovi mercati, ma essere impossibilitate a farlo a causa di scarsa liquidità. In questo caso, anche una partecipazione di minoranza da parte di un fondo di private equity le metterebbe in condizione di poter disporre sia dei capitali sia dell’esperienza dell’investitore istituzionale. Una tale evenienza dovrebbe tranquillizzare chi guida la società target dal timore di perderne il controllo, anche se non elimina il rischio di tensioni tra il management e gli investitori. L’unica risposta possibile deriva dal fatto che entrambi i soggetti mirano allo stesso risultato, sebbene per motivi diversi. Gli investitori desiderano aumentare il valore delle imprese in cui investono così da vendere in uno stadio successivo a un prezzo più elevato rispetto a quello di acquisto, le aziende target hanno bisogno di capitali e di competenze per compiere un passo verso l’avvio o la crescita, passo che non potrebbero compiere con le loro sole forze.

Tipologia di fondi

Qualora l’investitore istituzionale entri in una società high growth durante la fase di start up si parla di venture capital. AIFI definisce venture capital “l’attività di investimento in capitale di rischio realizzata da operatori professionali e finalizzata alla realizzazione di operazioni di early stage (seed e start up) e later stage venture ed expansion capital. In senso stretto si riferisce ai soli investimenti in imprese nelle prime fasi di vita (seed, start up e later stage)”. Di solito i gestori di fondi di venture capital cercano profitti in un orizzonte temporale più breve rispetto a quelli di private equity. Va anche detto che, in ogni caso, i fondi di private equity e venture capital tendono a coincidere, come si può verificare facilmente dal sito di AIFI selezionando ora l’una ora l’altra tipologia di fondo. Se invece ci si concentra sulle caratteristiche delle società sostenute, o meglio ancora rilevate dai fondi, ci si imbatte nei cosiddetti “fondi avvoltoio” (vulture fund), cioè in quei fondi specializzati nell’acquisizione di imprese in difficoltà o addirittura fallite che guadagnano dallo smembramento e dalla rivendita degli asset aziendali. Esistono poi dei fondi, i real estate private equity, focalizzati sugli immobili commerciali e sugli investimenti di natura immobiliare a cui vanno aggiunti quei player che operano attraverso l’acquisizione di partecipazioni di controllo in infrastrutture relative a sistemi di trasporto e comunicazione, impianti idrici ed energetici e istituzioni pubbliche. Questi ultimi si possono suddividere in Greenfield, quando i finanziamenti riguardano nuove opere che ancora devono essere realizzate, e Brownfield se l’acquisizione si indirizza verso infrastrutture già esistenti.

Società di equity

La forma giuridica dei fondi di private equity solitamente è quella della società in accomandita per azioni. I guadagni dei fondi derivano dalle commissioni pagate dagli investitori in funzione della gestione del capitale e della performance del fondo stesso. In Italia operano principalmente, ma non solo, tramite le società di gestione del risparmio (SGR). Istituite con il decreto legislativo 24 febbraio 1998 n. 58, sono sottoposte alla vigilanza di 3 organi di controllo: Banca d’Italia, Consob e ministero dell’Economia e delle Finanze. Le SGR si occupano della gestione collettiva del risparmio, cioè dell’investimento sui mercati e della gestione in forma aggregata del risparmio raccolto attraverso fondi comuni di investimento e SICAV (Società di investimento a capitale variabile), della gestione dei fondi pensione e della gestione individuale del patrimonio dei singoli risparmiatori sulla base di un mandato specifico conferito da questi alla SGR.

L’area del private equity, all’interno delle SGR italiane, sovente è dedicata al mondo delle piccole e medie imprese che, con maggiore frequenza delle organizzazioni di grandi dimensioni, ha necessità di poter contare su investitori esterni per crescere e svilupparsi. Per questo gli investimenti nel capitale di rischio delle aziende target hanno l’obiettivo di creare valore nel medio e lungo periodo facilitando il passaggio generazionale o affiancando management e imprenditore nei progetti di consolidamento propedeutici allo sbarco in Borsa.