Il parallelo tra la cura medica e la protezione dei dati non è mai stato così attuale. Se la medicina si occupa tradizionalmente di affrontare la patologia clinica, ora emerge con forza la necessità di tutelare la sicurezza informatica dei pazienti come parte integrante del percorso di cura. In occasione di un recente confronto tecnico sulla cybersecurity nella sanità, Andrea Colangeli, responsabile sviluppo Healthcare Market del Gruppo Lutech — intervistato da B-SANiTÀ — ha delineato lo stato dell’arte di un settore che sta vivendo una trasformazione radicale dei propri confini.
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La solidità della filiera italiana e il ruolo del Gruppo Lutech
Contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare, l’industria nazionale dedicata alla protezione dei dati è una realtà consolidata. Secondo quanto dichiarato da Colangeli, le conclusioni emerse dal tavolo di lavoro certificano che «in Italia la filiera della cybersecurity esiste». Questa struttura industriale non è solo presente a livello teorico, ma è supportata da investimenti significativi in termini di capitale umano e tecnologico.
Il Gruppo Lutech rappresenta un esempio concreto di questa capacità produttiva e di consulenza. L’azienda conta oggi su 230 specialisti interamente dedicati alle tematiche della sicurezza informatica, generando un fatturato di settore pari a 120 milioni di euro. Un dato particolarmente rilevante riguarda l’impegno costante nell’innovazione: Lutech destina infatti 70 milioni di euro ogni anno ad attività di ricerca e sviluppo focalizzate su queste specifiche aree.
Questi numeri evidenziano come la risposta tecnologica italiana sia pronta a supportare le strutture sanitarie, purché accompagnata da un modello organizzativo coerente.
L’allargamento del perimetro: dalla clinica ai dispositivi domestici
Uno dei punti cardine dell’analisi di Colangeli riguarda il mutamento del “perimetro di sicurezza”. Se in passato la cybersecurity nella sanità si limitava alla protezione di pochi apparati centralizzati, l’attuale scenario tecnologico ha frammentato i punti di accesso e, di conseguenza, i potenziali rischi.
La medicina moderna ha integrato sistemi che fino a poco tempo fa erano considerati futuristici. Colangeli sottolinea questo passaggio epocale ricordando che «15 anni fa il tema della telemedicina era pura utopia, mentre adesso, invece, anche un semplice dispositivo dato a un paziente a casa dopo un intervento operatorio per misurare la pressione, la temperatura o qualche altro parametro, ecco, quello diventa un potenziale punto che va difeso».
L’estensione della rete sanitaria verso il domicilio del paziente e l’introduzione delle case di comunità e delle centrali operative hanno creato un ecosistema diffuso. Questo significa che la protezione non deve più riguardare solo i server ospedalieri, ma ogni singolo dispositivo biomedicale connesso.
L’ampliamento del perimetro che va presidiato richiede dunque una visione d’insieme che consideri la telemedicina non solo come un’opportunità di cura, ma come una nuova frontiera della sicurezza.
Organizzazione e sinergia: la sfida del coordinamento pubblico-privato
Nonostante la disponibilità di soluzioni tecnologiche all’avanguardia, il vero ostacolo rimane l’applicazione pratica di queste risorse sul territorio nazionale. Colangeli evidenzia come l’aspetto da migliorare sia l’organizzazione strutturale della filiera. Attualmente, emerge una chiara difficoltà nel far operare in armonia le diverse realtà che compongono il sistema salute.
«Probabilmente manca un quadro d’insieme che consenta alle amministrazioni sanitarie pubbliche e private […] di operare in sinergia», osserva Colangeli, facendo notare come il settore pubblico mostri spesso velocità differenti rispetto a quello privato. Per superare questa frammentazione, è necessario che le amministrazioni pubbliche siano supportate da un piano generale capace di tradurre le competenze disponibili in azioni concrete sul campo. Questo piano deve concentrarsi non solo sull’acquisto di hardware o software, ma soprattutto sull’organizzazione dei processi e sulla gestione delle competenze umane.
Il nodo delle terze parti e la sicurezza della catena di fornitura
Un altro elemento critico identificato riguarda la gestione delle aziende esterne che collaborano con le strutture sanitarie. La cybersecurity nella sanità deve necessariamente essere intesa come un processo a tutto tondo che coinvolge ogni attore della filiera, compresi i partner logistici e tecnologici.
Le terze parti sono state definite da Colangeli come un vero e proprio «nodo da sciogliere». Sebbene il presidio delle aziende ospedaliere sia fondamentale, non si può ignorare che i fornitori esterni possano diventare vettori involontari di minacce informatiche per il Sistema Sanitario Nazionale e per il comparto privato. Una falla nella sicurezza di un partner tecnologico può ripercuotersi sull’intera rete sanitaria, rendendo indispensabile un approccio di difesa che includa ogni soggetto che interagisce con i dati dei pazienti.
Competenze e ricerca: investire nel capitale umano
Per affrontare queste sfide, la sola tecnologia non è sufficiente. L’investimento deve orientarsi con decisione verso la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni, mantenendo uno sguardo attento ai trend internazionali. Colangeli spiega che l’impegno di Lutech in questo senso è volto ad accompagnare i clienti in un percorso di difesa complesso, spesso integrando competenze italiane con tecnologie prodotte all’estero ma implementate localmente.
Il tema della formazione degli informatici e degli esperti di sicurezza è altrettanto centrale. Sebbene in Italia esista una risposta da parte dei formatori, questa deve essere ampliata e aggiornata per stare al passo con un campo d’azione che è aumentato in modo esponenziale rispetto all’ultimo decennio. Le competenze attuali sono solide, ma richiedono un continuo miglioramento per far fronte alle nuove sfide poste dalla digitalizzazione della sanità.
Per Andrea Colangeli, fare cybersecurity nella sanità significa oggi essere costantemente al fianco delle strutture sanitarie per tutelarle in un processo di difesa che non ammette soste. La protezione del sistema non è più un semplice compito tecnico, ma un investimento strategico sulla stabilità e sulla resilienza del servizio pubblico e privato.







