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Edison: investimenti da 100 miliardi e autonomia industriale per la transizione energetica nel Sud Italia



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Il Mezzogiorno guida lo sviluppo economico nazionale grazie a un piano di investimenti da 100 miliardi di euro legati alla sostenibilità, puntando su rinnovabili, infrastrutture strategiche e il rafforzamento di una filiera produttiva domestica ed europea

Pubblicato il 6 feb 2026



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La crescita economica del Mezzogiorno negli ultimi anni ha segnato un cambio di passo rispetto al resto del Paese, posizionando l’area come un laboratorio a cielo aperto per l’innovazione e la sostenibilità. Secondo le analisi emerse durante il 4° Forum Verso Sud, la dinamica di sviluppo attuale non è un fenomeno isolato, ma l’inizio di una trasformazione strutturale legata alle nuove necessità dell’industria globale. Il settore dell’energia, in particolare, si configura come il cardine di questa evoluzione, capace di influenzare direttamente la competitività delle imprese e la creazione di valore nel lungo periodo.

La spinta economica e il ruolo della transizione energetica nel Sud Italia

I dati recenti confermano una vitalità del Mezzogiorno che supera la media nazionale. Negli ultimi anni, il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Sud ha registrato una crescita di due punti superiore rispetto a quella del resto d’Italia. Questo dinamismo si riflette chiaramente sul mercato del lavoro: dal 2019 al 2024 sono stati creati oltre 400.000 nuovi posti di lavoro, una cifra che rappresenta il 50% della crescita dell’occupazione di tutto il Paese. Come evidenziato da Nicola Monti, amministratore delegato di Edison, durante il forum, una parte significativa di questo successo è già alimentata dai capitali mobilitati per il cambiamento del mix energetico nazionale.

L’orizzonte temporale che va dal 2024 al 2030 prevede una mole di risorse senza precedenti per ottemperare agli impegni assunti dal governo italiano nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC). Le stime indicano che la transizione energetica nel Sud Italia potrà contare su investimenti prossimi ai 100 miliardi di euro. Questa cifra non riguarda esclusivamente la generazione da fonti pulite, ma coinvolge l’intero ecosistema industriale, includendo l’indotto e i servizi locali che fungono da traino per l’economia dell’area.

Fonti rinnovabili, reti e la gestione della complessità

Il potenziale geografico del Mezzogiorno è un vantaggio competitivo naturale. La maggiore esposizione solare e la disponibilità di zone costiere ventilate e poco popolate rendono il Sud il luogo ideale per lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Tuttavia, la produzione di energia è solo una parte dell’equazione. Monti ha precisato che: “Quando parliamo di grande crescita delle fonti rinnovabili dobbiamo parlare di complessità sistemica”.

La natura intermittente di queste fonti richiede una pianificazione rigorosa per garantire la stabilità del sistema elettrico. Per evitare rischi di instabilità, è necessario che i capitali vengano indirizzati verso tre pilastri fondamentali:

  • La rete di trasporto e distribuzione, indispensabile per muovere l’energia dai centri di produzione a quelli di consumo.
  • I sistemi di accumulo, fondamentali per stoccare l’energia quando la produzione supera la domanda.
  • L’efficienza energetica, che deve coinvolgere sia l’industria sia la Pubblica Amministrazione, intervenendo su scuole, ospedali, edifici pubblici e illuminazione stradale.

L’investimento negli accumuli, in particolare, può essere realizzato tramite batterie o sistemi di pompaggio idroelettrico. Quest’ultima soluzione rappresenta un’opportunità strategica per valorizzare le risorse già presenti sul territorio.

Il caso del pompaggio idrico: il progetto di Villarosa

Un esempio concreto di come la transizione energetica nel Sud Italia possa rigenerare infrastrutture esistenti è rappresentato dallo sviluppo dell’impianto di pompaggio a Villarosa, in Sicilia. In tutto il Mezzogiorno sono presenti circa 150 bacini irrigui gestiti da consorzi pubblici, molti dei quali risultano sottoutilizzati per mancanza di certificazioni o gestione inappropriata.

Il progetto citato da Monti prevede la ristrutturazione di un bacino esistente per aumentarne di quattro volte la capacità di invaso. Accoppiandolo con un secondo bacino a monte, si crea un sistema di accumulo che non solo supporta la rete elettrica, ma fornisce un contributo vitale alla gestione delle risorse idriche, tema sempre più critico per le regioni meridionali. Questo tipo di interventi è particolarmente prezioso perché si basa su opere civili ed elettromeccaniche che possono essere realizzate da aziende locali.

Verso l’autonomia tecnologica: la valorizzazione della filiera domestica

Uno dei punti centrali sollevati dall’AD di Edison riguarda la necessità di non limitarsi all’importazione di tecnologie dall’estero. Attualmente, la maggior parte dei componenti per il fotovoltaico e delle batterie proviene dal mercato cinese. L’obiettivo strategico deve essere invece quello di “cercare di valorizzare quegli interventi che si trascinano una filiera produttiva domestica” , intendendo con questo termine una produzione italiana o, quantomeno, europea.

Puntare su infrastrutture come i sistemi di pompaggio idroelettrico permette di mantenere il valore aggiunto sul territorio, poiché si tratta di progetti che richiedono competenze industriali locali piuttosto che l’acquisto di componenti tecnologici standardizzati prodotti fuori dai confini continentali. In questo modo, i 100 miliardi previsti non sarebbero solo un costo per l’acquisto di energia, ma un investimento per consolidare la base industriale del Paese.

Il Sud come hub del Mediterraneo e il Piano Mattei

La posizione geografica dell’Italia meridionale la rende naturalmente una piattaforma logistica ed energetica per tutto il bacino del Mediterraneo. Il gas rimane un elemento di transizione cruciale, con flussi che arrivano stabilmente dall’Algeria – definita da Monti come un partner storico che ha permesso di sostituire le forniture russe dopo l’inizio del conflitto in Ucraina – oltre che dalla Libia e dal corridoio dell’Azerbaigian.

Le infrastrutture che oggi trasportano gas sono destinate a evolversi. Nel lungo periodo, queste reti potrebbero essere adattate per il trasporto dell’idrogeno. Parallelamente, sono già in corso importanti progetti di interconnessione elettrica, come il cavo sottomarino di Terna che collegherà l’Italia alla Tunisia, oltre ai nuovi collegamenti tra le isole.

Questo approccio si inserisce nel quadro più ampio del Piano Mattei promosso dal governo, che mira a rafforzare le relazioni strategiche con il Nord Africa. Sviluppare interconnessioni e diversificare le fonti permette di aumentare la resilienza del sistema elettrico nazionale e di migliorare la competitività generale dell’economia italiana. Monti ha sottolineato che: “Il Mediterraneo allargato è sicuramente una piattaforma che, con maggiori collegamenti, permette di essere più indipendenti con la diversificazione delle fonti energetiche”.

Decarbonizzazione dei trasporti marittimi e costi dell’energia

Oltre alla produzione di energia elettrica, la sfida della transizione energetica nel Sud Italia riguarda il settore dei trasporti, in particolare quello marittimo, fondamentale per l’area mediterranea. Per le lunghe tratte, la tecnologia delle batterie non è ancora risolutiva, portando l’industria a puntare sul Gas Naturale Liquefatto (GNL) come soluzione immediata. L’utilizzo del GNL permette di abbattere le emissioni di particolato e di ridurre la CO2 tra il 20% e il 25%.

In questa direzione, Edison ha pianificato investimenti totali per circa 6 miliardi di euro, focalizzati su rinnovabili, efficienza e trasporti pesanti. Parte di queste risorse sarà destinata alla realizzazione di un deposito costiero di GNL nel Sud Italia, che fungerà da piattaforma per il bunkeraggio marittimo. L’obiettivo finale è traguardare l’utilizzo di vettori ancora più puliti, come l’ammoniaca o l’idrogeno, nel lungo periodo.

Tuttavia, il percorso verso la decarbonizzazione deve fare i conti con gli equilibri economici mondiali. Le politiche ambientali europee hanno generato un costo dell’energia mediamente più alto rispetto a quello di economie come quella statunitense o cinese, dove non sempre viene associato un onere economico alle emissioni di CO2.

Secondo Nicola Monti, questa è la vera sfida per il futuro dell’industria: “Noi abbiamo bisogno di continuare in questo percorso di lungo termine virtuoso di decarbonizzazione, ma abbiamo bisogno allo stesso tempo di cercare di ridurre il differenziale di costo dell’energia che oggi ha l’Europa rispetto agli altri Paesi”. Ridurre questo divario è la condizione essenziale affinché la transizione non diventi un limite, ma un fattore di forza per le imprese del Mezzogiorno.

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